La tecnologia si dimostra ancora una volta decisiva nel supporto al lavoro di ricerca dell'uomo e nel caso specifico al lavoro di un gruppo di archeologi, che in Guatemala, all'interno di una fitta giungla, hanno scoperto una serie di costruzioni appartenenti all'epoca maya e soprattutto una piramide, la piramide di Holtun. I ricercatori sono arrivati a tutto questo grazie ad una mappa tridimensionale realizzata con un dispositivo Gps.
Gli edifici, come riporta la rivista 'National Geographic', erano situati in una zona della giungla dove la fittissima vegetazione rendeva praticamente impossibile penetrare, ma grazie al Gps e alla mappa realizzata, è stato possibile scoprire la posizione della piramide all'interno della vegetazione. Situata a 35 chilometri a sud, gli edifici e la piramide di Holtun o 'Cabeza de Piedra', hanno un estensione minore rispetto alle più conosciute capitali di questa antica civiltà e la professoressa Kathryn Reese-Taylor, specialista del periodo preclassica maya della Università di Calgary in Canada, per spiegarne l'esatta dimensione ha dichiarato: "Questa città non sarebbe come New York o Los Ángeles, ma più come Atlanta o Denver".
Con una estensione di 1 chilometro di lunghezza, è stato calcolato che sarebbe potuta essere abitata da circa 2.000 persone e che sarebbe stata 'attiva' tra 600 a.C. e il 900 d.C. Brigitte Kovacevich, responsabile del gruppo di ricerca, ha sottolineato l'importanza di questa città precolombiana a solo 30 chilometri dalla immensa Tikal: "Spesso gli archeologi cercano nelle piramidi molto grandi e nei templi per trovare le tombe dei primi re, ma durante il periodo che va da 600 a.c. al 300 a.c., il re non è il centro dell'universo e probabilmente venivano sepolti nelle case".
Non è una novità Gps e geolocalizzazione, vengono utilizzati per scoprire resti archeologici. Attraverso Google Earth si sono potuti individuare circa 2000 siti dei quali fino ad ora non si aveva nessuna notizia.
La situazione della deforestazione della selva amazzonica si fa sempre più grave e allarmante, anche in base alle immagini satellitari mostrate dal governo brasiliano e che rivelano come nel periodo marzo-aprile di quest'anno la quantità di foresta abbattuta sia sei volte superiore allo stesso periodo del 2010: 593 chilometri quadrati di alberi abbattuti contro i 103 degli stessi mesi dello scorso anno. La zona più colpita è lo stato del Mato Grosso, centro delle piantagioni di soia in Brasile.
La maggior parte delle distruzioni si è verificato in seguito alla combustione di ampi tratti di foresta utilizzati per la coltivazione della soia e del cotone. La ministra dell'Ambiente, Izabella Teixeira, ha detto che queste immagini "hanno lanciato un grande allarme" alle autorità. . Il ministero ha poi annunciato, in un comunicato, la creazione di un 'gabinetto di crisi' per evitare il disboscamento illegale e valutare la risposta a questa allarmante situazione. "Il nostro obiettivo è ridurre la deforestazione in luglio", ha aggiunto Izabella Teixeira nel corso di una conferenza stampa.
I dati analizzati hanno colto decisamente di sorpresa il governo, anche perchè, nello scorso mese di dicembre, una nota informativa aveva segnalato come la deforestazione della selva amazzonica fosse scesa al livello più basso degli ultimi 22 anni. Il Congresso brasiliano sta sostenendo un acceso dibattito sulla possibilità di modificare la legislazione in tema di protezione della foresta amazzonica. Decisioni che devono essere prese in questo momento. Il Codice forestale in Brasile, approvato nel 1934 e successivamente modificato nel 1965, stabilisce la quantità di terra che ogni agricoltore può deforestare. La normativa attuale prevede che l'80% della proprietà di terreno nella foresta amazzonica sia mantenuto intatto, ma questa percentuale cala fino al 20% in altre zone. I
l tema è quello che vede alcuni sostenere una modifica della legge che impedisce lo sviluppo economico e che deve permettere maggiore uso della terra per l'agricoltura; altri invece vedono questa modifica solo come una sorta di amnistia per la deforestazione selvaggia e incontrollata effettuata in passato da molti agricoltori. La proposta di questa modifica alla normativa è stata richiesta dal lider del Partito Comunista del Brasile (PCdoB) e nel Congresso conta dell'appoggio di un gruppo chiamato "ruralistas" e che la richiede per uno sviluppo agro-industriale del Paese.
L'Organizzazione Meteorologica Mondiale ha assicurato che "La Niña", fenomeno climatico responsabile delle forti piogge e alluvioni che hanno colpito Australia, Sudamérica e nel sud dell'Asia, si è 'calmato' e sarà una secondo semestre del 2011 più tranquillo. "La Niña", che ha portato condizioni meteo particolarmente umide in alcune regioni, così come forte siccità in altre, è giunto al suo termine" è scritto in un rapporto dell'Organizzazione Meteorologica Mondiale.
Il fenomeno climatico così intenso non dovrebbe ripetersi nella seconda metà dell'anno, ma l'organizzazione che ha sede a Ginevra, avverte che potrebbe invece ripresentarsi il fenomeno opposto, noto come "El Niño". Dai dati esaminati dall'OMM risulta che nel secondo semestre del 2011 si presenteranno condizioni meteorologiche tipiche di quel periodo con precipitazioni tropicali, venti sul Pacifico equatoriale vicini alla media. La Niña si caratterizza per acque isolitamente fredde nel centro e nella parte orientale dell'oceano Pacífico, mentre El Niño si caratterizza per le temperature superiori al normale. Questi fenomeni perturbano i regimi di circolazione oceanica e atmosferica su larga scala e ha un importante impatto nel clima di numerosi regioni del paese. Una volta che si 'installa' in una regione è capace di persistere nove mesi e più, ha aggiunto l'OMM.
La Niña ha raggiunto la sua massima intensità nel mese di gennaio. Il fenomeno ha causato temperature in superficie del mare di 1,5 gradi Celsius sotto la media tra settembre 2010 e il marzo scorso, causando precipitazioni estremamente pesanti in alcune regioni settentrionali e orientali dell'Australia, dell'Indonesia , Sud-Est asiatico e Sud America settentrionale, ad esempio in Colombia. E' anche 'accusato' di aver provocato il deficit di precipitazioni nell'Africa equatoriale orientale, nel centro-sud dell'Asia occidentale e nella parte sud-orientale del Sud America. Infine l'OMM ha avvisato che le condizoni atmosferiche tipiche de La Niña possono ancora persistere un paio di mesi in certe regioni, prima di scomparire.
Una comunità di Indiani Guaranì è rientrata nella propria terra, dopo esser giunti al punto di non poter sopportare oltre di vivere in quelle spaventose condizioni lungo il ciglio di una strada. I Guarani della comunità di Laranjeira Nanderu avevano subito il furto delle loro terre negli anni ‘60 per far posto agli allevamenti di bestiame. Erano riusciti a tornarvi nel 2008, ma furono poi cacciati di nuovo nel settembre 2009 – subito dopo, il loro villaggio fu attaccato brutalmente e ridotto in cenere.
Da allora, hanno vissuto sul ciglio della superstrada, sotto teli di plastica, con scarso accesso all’acqua pulita, al cibo o all’assistenza medica, senza riparo dal caldo intenso e dalle inondazioni. Auto e grossi camion sfilavano accanto alle loro tende giorno e notte. Uno di loro fu travolto e ucciso. “Laranjeira Nanderu era la terra di mio padre, la terra di mio nonno e del mio bisnonno…” - disse ai ricercatori di Survival il portavoce della comunità, Faride, prima della rioccupazione. - “Dobbiamo tornare là per poter lavorare e vivere in pace… questo è il nostro sogno”.
Oggi, la comunità sta sollecitando ufficialmente il governo a proteggere la loro terra per non esserne sfrattati nuovamente. I Guarani hanno un profondo legame spirituale con la loro terra da cui dipendono per il loro benessere fisico e psichico. Dopo aver perso quasi tutta la loro terra a causa degli allevamenti e delle piantagioni di soia e canna da zucchero, da anni migliaia di Guarani vivono in squallide riserve sovraffollate oppure accampati ai lati delle strade.
Alcuni leader guarani che hanno guidato le comunità alla rioccupazione della loro terra sono stati assassinati. Tra di essi c’è anche Marcos Veron, leader riconosciuto a livello internazionale. “Non sorprende che dopo aver sopportato tanta dolorosa precarietà e per così tanto tempo, i Guarani abbiano deciso di affrontare la situazione e di tornare a casa da soli” - ha commentato Stephen Corry, direttore generale di Survival.- “Questa azione dovrebbe scuotere le autorità e indurle a proteggere la loro terra e la comunità dalla minaccia latente di un altro sfratto. È davvero il minimo dovuto loro”.